Confcommercio, in 10 anni persi 480 esercizi commerciali

Crollo degli esercizi al dettaglio, assottigliamento di quasi il 50% di quello ambulante, in marcata crescita le strutture ricettive, meno accentuata, invece, quella di bar e ristorazione.

Questo lo scenario commerciale locale, nel raffronto tra il 2008 ed il 2018, che emerge da un’indagine di Confcommercio che è andata a monitore la demografia del tessuto imprenditoriale con particolare riferimento alla rete distributiva e al comparto turistico-ricettivo.

Il Report mette in primis in evidenza come, mutamento di mercati, abitudini dei consumatori e, non da ultimo, del contesto-socio politico europeo degli ultimi due decenni, specie in riferimento all’Est europeo, uniti peraltro al costante calo demografico, abbiano inciso profondamento sulla rete distributiva locale, soprattutto dei quartieri.

Dai 2.118 negozi del 2008 presenti sul territorio comunale, si è passati infatti ai 1.638 censiti lo scorso dicembre, con una perdita complessiva di 480 unità che ha interessato prevalentemente (-425 aziende) rioni e aree lontani dal centro storico dove il depauperamento, seppur consistente, è stato comunque minore (-55 imprese).

“Alla base di tale trend – commenta il presidente di Confcommercio, Antonio Paoletti – stanno diversi fattori tra cui la fisiologica contrazione di una rete, sovradimensionata rispetto all’attuale bacino della clientela, che ha dovuto fronteggiare negli anni sia il venir meno del flusso di acquirenti dell’Est europeo, sia la diminuzione del numero di residenti che oggi superano di non molto poco le 200mila unità.”

Effetto domino del progressivo impoverimento del commercio stanziale nei rioni, quello del tessuto dell’ambulantato, passato dalle 192 aziende del 2008, alle 107 del dicembre scorso, con un decremento vicino al 50%, afferente soprattutto i banchi presenti in rioni e periferie (-80 unità).

“Anche quest’ultima dinamica – rileva a questo riguardo Paoletti – rimarca l’assoluta priorità di interventi volti alla rivitalizzazione, anche commerciale, di quartieri e periferie in quanto, insegne scolorite e serrande abbassate, pesano sulla fruibilità degli spazi, sulla sicurezza e pure sul valore degli immobili”

Il trend al ribasso ha toccato anche altri settori tra cui quello dei carburanti (da 31 impianti a 18) e delle rivendite di generi di monopolio (-20 insegne). In entrambi casi a contribuire al passivo la concorrenza dei punti vendita dei due comparti d’oltre confine che, sovente, sono volano a loro volta dell’acquisto anche di altri prodotti, con conseguenti ricadute sul mercato locale.

“La crisi del commercio tradizionale – osserva ancora Paoletti – non è però solo una questione triestina, ma di portata ben più ampia e determinata da diverse componenti tra cui la progressiva diffusione dei monomarca e il proliferare dei centri commerciali, frutto quest’ultimo di scelte talvolta poco ponderate che hanno generato a lungo termine squilibri nel tessuto distributivo. Un quadro nel quale si colloca, senza alcuna volontà di polemica, sia chiaro, il FVG che, nel rapporto fra densità di centri della GDO e numero di abitanti, si piazza al secondo posto della relativa graduatoria nazionale, preceduto dalla sola Valle d’Aosta”.

A tutto ciò, e questa è forse la fonte di criticità maggiore, si aggiunge l’inarrestabile crescita del commercio online, dovuta anche al sempre più ricorso dei consumatori di colossi come Amazon ed Ebay, collettori dell’80% delle vendite via web in Italia.

“Ad oggi – spiega a questo riguardo Paoletti – nella sola nostra regione, secondo gli ultimi dati disponibili, le aziende che commercializzano i loro prodotti sul web sono circa il 7% dell’intero tessuto commerciale e fanno registrare un incremento costante, quanto a densità e fatturato.

D’altronde si tratta di uno scenario globale alla luce del quale, pertanto, web e rete non sono solo più opzioni, ma quasi scelte obbligate per adeguare l’azienda a competitor, tendenze del mercato ed abitudini della clientela. Nonostante ciò, su quasi 4,5 milioni di imprese in Italia, solo 2 milioni scarsi delle stesse (54% dei servizi, 27% del commercio e 20% dell’industria) e solo presenti in rete ed appena il 30% (circa 600mila) la usa per effettuare transazioni.

Tornando al Report, come anticipato in aperture, le note positive giungono dai comparti legati all’accoglienza, con una crescita di 30 unità nel solo segmento alberghiero, affiancata da quella, più contenuta, di ristorazione e pubblici esercizi in genere, dove l’incremento nelle aree centrali (+19 imprese) è stato in parte offuscato dalla scomparsa di diverse attività rionali, con un saldo positivo che supera di poco le 10 unità.

“Sicuramente il turismo, unitamente a cultura e portualità – conclude Paoletti – è ormai una componente essenziale per economia ed occupazione del nostro territorio e va pertanto sostenuto a 360°, con strategie mirate e condivise da tutti i soggetti, pubblici e privati, interessati all’accoglienza quanto a promozione e marketing territoriale, organizzazione e calendarizzazione, con tempistiche adeguate, di eventi di livello,  creazione di poli attrattori, miglioramento di servizi ed infrastrutture. Elementi essenziali per un sempre maggiore sviluppo del turismo a Trieste dal quale deriverebbero ricadute trasversali anche per altri comparti, incluso quello del commercio”.

 

 

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